Intervento in Piemonte
La marcia del Principe Eugenio
Il piano del Principe Eugenio
Prima di Calcinato, il Principe Eugenio aveva valutato la possibilità di una manovra a tenaglia su Milano, passando l’Adige di sorpresa a Verona, e dirottando la retroguardia tedesca per la Val Bernina e la Valtellina, con buona pace della neutralità veneziana e grigiona. Ma anche se fosse riuscito a forzare il poderoso schieramento francese, Eugenio avrebbe consumato le proprie forze, e si sarebbe trovato in condizioni di inferiorità nella battaglia decisiva.
Così preferì puntare nuovamente sulla destra del Po, dove poteva contare sul Ducato di Modena e dove l’unico vero ostacolo prima di Torino era la stretta di Stradella nel Pavese. In tal modo avrebbe potuto aggirare da S l’Armata di Vendome e, protetto dal Po, costringerla a ripiegare senza dare battaglia.
Il 16 maggio Eugenio pose nuovamente il Q. G. a S. Martino Buonalbergo, dove, scendendo a scaglioni per la Val d’Adige sotto la copertura del Monte Baldo, si andava concentrando il grosso dell’Armata. Ma scriveva a Vienna che le enormi carenze logistiche lo costringevano a rimanere immobil almeno sino a tutto giugno: l’esercito era infatti “a brandelli e senza cavalli, senza munizioni, senza carriaggi”. Lamentava inoltre gli ostacoli frapposti da Venezia, intimorita dai francesi, ai rifornimenti marittimo-fluviali da Trieste e agli approvvigionamenti diretti in territorio veneto. Tuttavia dopo Ramillies l’atteggiamento della Serenissima mutò radicalmente.
Il 19 maggio comunicò a Torino il suo dessein operativo. Non appena ricevuti i battelli di cuoio, intendeva passiren l’Adige a qualsiasi costo, poi scindere l’armata in due corpi per compiere delle diversioni verso il Mincio e il Po, riservandosi di passare l’uno o l’altro, ovvero entrambi, a seconda delle circostanze. Deciso però a non riskiren una action con il nemico e a succurriren Torino.

Il fronte dell ‘Adige
Grazie alle continue ricognizioni lungo l’Adige e alle fonti informative presenti sin “presso alla stanza del condottiero francese”, Eugenio conosceva il dispositivo avversario.
Le informazioni di Vendome erano invece più scarse. A fine maggio Vendome cominciò ad intuire il disegno operativo avversario, e di conseguenza sposto una parte delle forze dall’Ala Sinistra verso il basso Veronese, spingendo l’Ala Destra fin quasi alla foce dell’Adige.
Il Q. G. francese era a S. Maria di Zevio. Médavy proteggeva il fianco sinistro sbarrando con 13 battaglioni i passi delle Giudicarie e gli accessi dalle Valli Camonica e Chiese e dalla riva occidentale del Garda. Altri 38 formavano i due corpi principali: 24 (con 4 squadroni) tra Garda e Bussolengo al comando di Albergotti, 14 (con 22 squadroni) avanti Verona sotto de Muret. Lungo il fiume, da Verona a Badia, erano distaccati 5 battaglioni e 25 squadroni.
Saint-Frémont con altri 11 e 20 teneva la testa di ponte a Masi, sulla sponda sinistra dirimpetto a Badia Polesine. Quest’ultima proteggeva il fianco destro dello schieramento e sbarrava la strada per Pontelagoscuro e Ferrara. Gli ultimi 7 battaglioni restarono di rinforzo alle piazze.
Tuttavia Vendome non credeva ancora che il nemico avesse davvero l’intenzione di attaccare. Il 1° luglio scriveva al suo Re: “si les ennemis font quelques tentatives comme on le publie, je suis persuadé qu’ils s’en trouveront mal”.
La manovra per linee interne sull’Adige (4-18 luglio)
Ai primi di luglio Eugenio disponeva complessivamente di 6.800 cavalli e 36.000 fanti. L’Ala Destra ne schierava 6.000 (Wetzel) alla Chiusa d’Adige e ai Monte Baldo e 4.000 (Lattermann) in Val Policella, fra Verona e l’Alpone, a copertura delle retrovie. Il grosso (15.000 fanti e 3.500 cavalli) era attorno Verona.
L’Ala Sinistra (9.000 fanti e 3.300 cavalli) era sul Basso Adige: metà (sassoni e palatini) sul fiume a Castelbaldo, 5 km a N di Masi, e il resto (colonnello Battée) 5 km più indietro, a Merlara.
Il piano operativo consisteva in una classica manovra per linee interne da N a S, bloccando le riserve nemiche con una serie di azioni diversive e aggirando la testa di ponte francese da N-O e da S-E. L’attacco cominciò con una diversione a N di Verona, dove il Principe di Anhalt-Dessau riuscì a creare una testa di ponte sulla destra dell’Adige.
Nel frattempo, con una marcia notturna Eugenio raggiunse Castelbaldo all’alba del 5 luglio, e subito i palatini finsero un attacco su Masi, richiamandovi tutte le riserve francesi. Ottenuto l’intento, Eugenio fece gettare il ponte, protetto da una grossa batteria.
Contemporaneamente Battée, coprendo 50 km in 24 ore e superando Castelbaldo e Masi, scese ancora più a S-E verso Piacenza d’Adige. Nella notte sul 6, proteggendosi con una seconda diversione su Bonavigo, passò l’Adige a Rottanova quasi senza incontrare resistenza, e staccò subito due forze di copertura, una verso Badia e l’altra al Canal Bianco, tra Canda e Castelguglielmo, sulla strada per Occhiobello. Il 7 Battée occupò anche i guadi atesini di Lusia e Boara, di fronte a Rovigo, allo scopo di prevenire eventuali tentativi di controavvolgimento.
Nel frattempo Eugenio inchiodava a N il grosso dell’Armata francese con altre dimostrazioni sul Monte Baldo, sul Mincio, e sull’Adige Superiore, e concentrava le proprie truppe a Castelbaldo.
Per evitare l’accerchiamento, i francesi dovettero sgombrare Masi, e l’8 ripiegarono dietro il Canal Bianco, stendendo le proprie forze fino a Polesella. Così tra Carpi, Trecenta e Polesella si trincerarono 21 battaglioni e 30 squadroni borbonici, suddivisi in due Corpi, agli ordini dei generali Saint-Pater e Vittorio Maurizio di Broglie (1647 – 1727).
Nel pomeriggio del 12 luglio Battée passò di sorpresa il Canal Bianco a Fratta.
La notte seguente, mentre l’avanguardia gettava un ponte sul canale, il grosso dell’Armata imperiale attraversò l’Adige a Castelbaldo e marciò su Fratta.
Il mattino del 13 I’intera avanguardia era sulla sponda nemica, nel punto di giunzione tra i due Corpi borbonici. Questi furono allora costretti a ritirarsi senza aver tirato un solo colpo, mentre anche la retroguardia imperiale, agli ordini del Landgravio d’Assia-Darmstadt passava il canale più ad O, a Castelguglielmo, utilizzando un equipaggio da ponte abbandonato dal nemico. Perfino i distaccamenti del Baldo e della Val Lagarina riuscirono a raggiungere Fratta senza inconvenienti, protetti dai 6.000 (Wetzel) rimasti alla Chiusa di Verona.
Vendome tentò dapprima di opporsi ammassando le truppe tra Castagnaro e Castelguglielmo per investire da N il fianco destro nemico, ma la sera del 13 ordinò la ritirata generale dietro il Po e il Mincio, che fu tallonata e molestata dalla cavalleria imperiale.
Il maresciallo calcolava infatti che la distanza dalle linee di rifornimento avrebbe impedito al suo avversario di marciare per la destra del Po, e l’avrebbe costretto a tentare la strada del Mincio. Così schierò i suoi 44 battaglioni e 52 squadroni lungo la linea Peschiera-Borghetto-Volta-Goito, suddivisa in tre settori al comando di De Murcey, Albergotti e De Farsac con distaccamenti a Mantova, Governolo e Ostiglia, a guardia della strada per Modena. Da Torino era in marcia Aubeterre con un rinforzo di 20 squadroni.
Altre forze francesi erano nel Bresciano (Medavy) e sulla destra del Po (Senneterre), a guardia dei traghetti per Ferrara. Qui si trovavano anche 10 battaglioni e 16 squadroni spagnoli (Galmoy);
La manovra sulla riva destra del Po (14 luglio – 3 agosto)
Il 14 luglio Battée raggiunse il Po ad Occhiobello, e cominciò a radunare galleggianti nella fossa di Polesella, 15 km più ad E, sotto Rovigo, per ripetere l’operazione di Fratta. Anche stavolta bastarono alcune dimostrazioni tra Ficarolo e Occhiobello, per attirare a Pontelagoscuro il distaccamento borbonico che era di fronte a Polesella punto prescelto per l’attraversamento.
Così all’alba del 16 luglio i galleggianti scaricarono sulla riva destra, a Ro, un’avanguardia di 2.000 uomini. A notte Battée fece gettare un ponte di barche, mentre il Landgravio d’Assia marciava per raggiungerlo, e il mattino seguente passarono entrambi, seguiti poco dopo dal resto dell’Armata imperiale.
Anche stavolta, per evitare l’accerchiamento, i borbonici furono costretti a ritirarsi precipitosamente verso Ferrara e poi ancora più ad O, verso Bondeno sul Panaro, inseguiti dalla cavalleria nemica.
Il 18 luglio, a Volta Mantovana, Vendome passò le consegne al giovane Duca d’Orléans, affiancato dall’anziano e inetto generale Marsin, e partì per le Fiandre, dopo aver dichiarato “altamente” che sostituirlo proprio in quel momento significava “voler arrischiare tutto”.
Tuttavia il nuovo comandante francese si rivelò dotato di maggior realismo del suo predecessore, riconoscendo la gravità della situazione. Allo scopo di recuperare l’iniziativa, il Duca progettò una grande ritirata strategica, per riunire la propria armata con quella di La Feuillade e dare battaglia nel Pavese, alla stretta di Stradella, sfruttando la superiorità numerica e l’indebolimento del nemico ormai troppo lontano dalle proprie linee di rifomimento.
Il 19 il Duca spedì de Muret e Saint-Frémont sulla destra del Po, a S. Benedetto, con l’ordine di coprire la ritirata e rallentare la marcia nemica assieme agli spagnoli di Galmoy. Erano previste tre successive linee di resistenza, sulla Secchia, sul Taro e in line sulla Trebbia, benchè l’estate, particolarmente torrida, li avesse prosciugati e non costituissero più un ostacolo naturale. Il 22, lasciato Médavy sul Mincio a bloccare Wetzel, il Duca iniziò la manovra passando anch’egli il Po al ponte di Mirasole, all’altezza di S. Benedetto, con l’intenzione di precedere il nemico verso Stradella, dove si stavano già allestendo le fortificazioni campali.
Il piano del Duca era sagace, ma aveva il torto di presumere la collaborazione di La Feuillade. Invece quest’ultimo rispose che per bloccare i 4 km della stretta sarebbero occorsi 30.000 uomini, e di non poterne distogliere così tanti da Torino. Cadde anche il piano alternativo di congiungere le due armate a Valenza, per sbarrare i 20 km tra Alessandria e Tortona.
Così il nuovo Generalissimo non ebbe altra scelta che munire di guarnigioni tutte le fortezze emiliane, spedire due reggimenti di cavalleria in rinforzo al Duca di Parma, e radunare 20.000 uomini sulla bassa Secchia. Il 24 Eugenio era già sul Panaro, e due giorni dopo fu raggiunto dalla retroguardia del Veronese guidata dal Principe di Anhalt. Così il 26 luglio erano riuniti tra Bondeno e Finale Emilia 51 battaglioni e 86 squadroni (25.000 fanti e 8.000 cavalli), non però il pesante parco d’artiglieria, rimasto a Badia Polesine. A Verona, a guardia del Tirolo, restava Wetzel con 10.000 uomini (7 Reggimenti di fanteria e 3 di cavalleria).
Il Panaro e la Secchia non scorrono paralleli: sono molto distanti a valle e assai vicini a monte. Per ridurre lo spazio da attraversare, e accrescere la distanza dal nemico, Eugenio risalì il Panaro in direzione di Modena, e il 29 lo passò a Camposanto, molto più a S dello schieramento borbonico. Temendo di essere aggirato, il suo avversario cambiò fronte, volgendosi a S e schierandosi attorno a Moglia. Ma la comparsa della cavalleria esplorante imperiale lo indusse a ritenere imminente l’attacco, e ad arretrare su una posizione migliore, tra Villanova e Bondanello.
Effettivamente il Principe non poteva avventurarsi più oltre, in una lunga marcia attraverso un territorio ostile punteggiato di fortezze nemiche, senza prima liberarsi dell’Armata che minacciava il suo fianco destro e le sue retrovie. Così il 31 luglio marciò sulla posizione nemica. Tuttavia, dopo averne valutato la forza, ritenne imprudente un attacco immediato, e accampò lungo la riva sinistra del canale di Carpi.
Lo favorì tuttavia l’inettitudine di Marsin, il quale, temendo un aggiramento a destra, convinse il Generalissimo borbonico a ritirarsi verso Guastalla, dove il 3 Agosto schierò l’Armata tra Crostolo e Po.
La base logistica nel Modenese (2-14 agosto)
Eugenio scelse allora di approfittare dell’insperato vantaggio per affrancarsi dalle troppo lunghe e vulnerabili linee di rifomimento tirolese e triestina, e crearsi una solida base logistica nel Modenese, tanto più che la popolazione era per lo più ostile nei confronti dell’occupante borbonico, alleato dei rivali parmensi.
Il 2 Agosto l’Armata imperiale investì Carpi, che si arrese il 5. Lo stesso giorno la guarnigione estense consegnò Correggio. Ora Rinaldo d’Este si aspettava che l’Armata imperiale gli restituisse il Ducato attaccando Modena. E, come scrisse a Daun il 5 agosto, lo stesso Eugenio riconosceva che la “raison de guerre” avrebbe imposto di “delogieren” il nemico anche da Modena e Mirandola. Inoltre il Ducato era un’ottima base di operazioni per muovere su Napoli, e il 6 agosto scrisse all’Imperatore di sentirsi “embarassirt” sulla direzione da prendere. Aggiunse però che marciando su Napoli avrebbe dovuto rinunciare a Milano, e non appena fosse caduta Torino, i francesi lo avrebbero sicuramente attaccato con tutte le forze riunite. Invece, liberata Torino e ricacciati i francesi oltre le Alpi, anche Milano e Napoli sarebbero cadute come frutti maturi.
Così Eugenio decise di limitarsi a prendere Reggio, e proseguire poi per Parma e Piacenza.
Il 9 Agosto gli imperiali si accamparono a S. Prospero, sul fronte settentrionale di Reggio.
Il presidio, agli ordini di un francese, contava un battaglione e alcune compagnie del Reggimento modenese Rangoni, con 36 pezzi d’artiglieria. Nella notte dal 10 all’11 Agosto gli imperiali si stabilirono nei pressi del fosso della cittadella, senza aprire la trincea per risparmiare tempo, il che fu causa di qualche perdita. All’alba Sinzendorff chiuse con 2 reggimenti di dragoni e alcune compagnie di granatieri le strade sulla sinistra del Crostolo per tagliare la ritirata al presidio, e Kriechbaum mosse dal campo di S. Prospero con una Brigata di fanteria e due reggimenti di cavalleria.
Nella notte sul 12 I’attacco prese piede a 50 passi dal fosso, in quella sul 14 gli assedianti irruppero nel fosso, e stavano lavorando a minarne la scarpa, quando il comandante chiese di capitolare. Il bottino ammontò a 36 cannoni, 50 quintali di polvere e approvvigionamenti vari.
Eugenio lasciò a Reggio il colonnello Neuforge, con un presidio di 500 fanti e 100 cavalli.
D’intesa col Duca, anche i soldati modenesi furono tenuti prigionieri, per evitare rappresaglie del presidio borbonico di Modena contro il resto del loro reggimento.
Nel frattempo Wetzel accertò che il grosso della retroguardia francese aveva ripassato l’Oglio, e il 13 agosto, rinforzato dalle truppe assiane, varcò il Mincio occupando Volta Mantovana.
Dal Crostolo alla Scrivia (16-23 agosto)
Fino a quel momento il Duca d’Orléans era rimasto inattivo.
Contava ancora di ottenere il soccorso di La Feuillade per sbarrare insieme la marcia nemica ad Alessandria, o almeno a Chieri, a ridosso di Torino. Ma, intestardito a tenere per sé la gloria di aver preso Torino, e sottovalutando il rischio mortale cui esponeva in tal modo l’intera Armata francese in Italia, La Feuillade continuava a rispondergli negativamente, e gli richiese anzi indietro i 20 squadroni di Aubeterre, più tutti i reggimenti dragoni e 5 battaglioni, per far fronte ad un imminente tentativo di sbarco in Liguria da parte della flotta inglese.
Il Generalissimo dovette acconsentire alla richiesta, e cercò di precedere l’Armata nemica a Piacenza, con una marcia parallela lungo la sponda lombarda del Po. Il 16 agosto spedì sulla riva sinistra del Po Saint-Frémont con l’artiglieria, 7 squadroni e 15 battaglioni, ne lasciò 2 a presidio di Guastalla, e vi sostò egli stesso 24 ore con i 37 battaglioni che gli restavano, per acquisire notizie sul nemico. Appreso che l’Armata imperiale stava marciando per la via Emilia, il Duca d’Orléans seguì la sua avanguardia, attraversando il Po e risalendolo verso Cremona e Piacenza.
Lo stesso 16 agosto l’Armata imperiale aveva varcato il confine parmense senza incontrare resistenza e senza abbandonarsi a saccheggi, mentre i 4.000 soldati ducali e i 1.000 pontifici si chiudevano nelle due piazze principali. A S. Donato, alle porte di Parma, Eugenio fu raggiunto dal colonnello dei Dragoni sabaudi barone Charrie, al quale consegnò copia dell’itinerario di marcia.
Accampatosi a Fontevivo, I’esercito riprese la marcia alle 3 del mattino del 17.
Trentamila imperiali, con 3.500 carriaggi e 45 cannoni, sfilarono lentamente e in ordine, fino a mezzanotte, sotto le mura di Parma, percorrendo il provvidenziale raccordo stradale costruito da Francesco Farnese proprio per tenere gli eserciti lontani dalla città.
Il 18 erano a Chiaravalle e il 19 a Cadeo, 15 km a S-E di Piacenza.
Quello stesso giorno l’Armata francese giungeva a Cremona, ~0 km a N-E di Cadeo. Qui il Duca d’Orléans apprese che Wetzel stava attaccando Goito. difesa da appena 200 francesi.
Il Generalissimo perse la testa. Invece di serrare la marcia verso Piacenza, tornò indietro per riunirsi a Médavy e contrattaccare su Goito. Per strada apprese però che il caposaldo si era arreso, e tornò indietro, dopo aver dato un altro giorno di vantaggio al suo avversario e aver perso ormai ogni possibilità di precederlo a Piacenza. Non gli restò allora che tentare di riguadagnare il tempo perduto seguendo la strada più breve, e puntò a N-O, raggiungendo l’Adda a Pizzighettone il 21 Agosto.
Lo stesso giorno, schivata da S Piacenza e lasciata la via Emilia, Eugenio si trovava già a Rottofreno. Il 23, superata senza problemi la stretta di Stradella dove il suo avversario aveva sperato di dargli battaglia, raggiunse Voghera, e la cavalleria d’avanguardia Castelnuovo Scrivia.
Dal canto loro i francesi proseguivano la marcia parallela dall’altra parte del Po per Pavia e Casale, lasciandosi alle spalle Vaudemoni e Médavy con una modesta forza di copertura.
La disfatta francese
La marcia su Torino (24 – 29 agosto)
Nel frattempo Vittorio Amedeo aveva ricevuto l’itinerario di marcia dell’Armata imperiale, e il 20 agosto era sceso dalle montagne per andare incontro al cugino, ponendo il campo alla Motta sul Tanaro, 12 km a S di Asti. Qui raccolse tutti i viveri e tutti gli uomini validi delle terre non invase radunati dal marchese di Parella. Fece poi gettare un ponte sul Tanaro ad Isola d’Asti, e spedì ad Eugenio il generale Fels con la richiesta di 7-8.000 uomini per rinforzare la guarnigione assediata. Ma il Principe non aderì alla richiesta per non dividere le forze alla vigilia della battaglia decisiva sotto Torino.
Il 24 agosto due pattuglie di soli ufficiali imperiali fecero una ricognizione nell’area tra la Bormida e il Tanaro, spingendosi verso Alessandria e Nizza della Paglia (Monferrato), e riferendo che la strada era sgombra.
L’Armata imperiale marciò allora a tappe forzate a più colonne utilizzando tutte le strade parallele, e deviando malati, ritardatari e traini non indispensabili per la valle del Tanaro fino ad Alba e Cherasco.
Violando felicemente, ancora una volta, i dogmi militari, Eugenio passò audacemente in mezzo alle fortezze nemiche di Alessandria e Tortona. Il 26 agosto giunse a Bosco (Marengo) e Castellazzo e passò la Bormida su un ponte militare a Borgoratto, preceduto da forte avanguardia su due colonne che il 28 raggiunse Masio e il 29 passò il Tanaro ad Isola, dove pose il campo.
Eugenio si spinse allora a Villanova d’Asti e a Carmagnola, 30 km a S di Torino, dove a sera incontrò Vittorio Amedeo. Come punto di radunata delle loro forze i due cugini scelsero Villa Stellone, sulla destra del Po.
La spallata del 27 agosto contro la Cittadella
Malgrado l’avanzata di Eugenio, il successo del 6 agosto aveva rinfrancato La Feuillade, fino a fargli promettere la presa di Torino per il 25 agosto, onomastico di Luigi XIV. Nel frattempo fece terra bruciata davanti all’Armata imperiale, e dal 20 agosto al 4 settembre fece ardere oltre 200 ville in collina e numerose vigne.
Ma le contromine piemontesi guastarono la festa. All’alba del 24 agosto, quando Eugenio era ormai al Tanaro, le 4 batterie francesi che fulminavano la mezzaluna del Soccorso saltarono in aria con una vera carneficina. E il giorno dopo saltarono anche i pezzi che nottetempo gli assedianti vi avevano nuovamente piazzato. Così La Feuillade dovette rinviare l’attacco generale al 27 agosto.
Nella notte sul 27, i francesi scalarono le due controguardie e la mezzaluna del Soccorso. Il primo assalto fu respinto a fatica. La Feuillade guidò personalmente il secondo. Scalati gli ostacoli, i francesi furono bersagliati dalle feritoie. Lungo il fosso furono presi d’infilata con scariche a mitraglia.
I colpi di cannone a scaglia spezzarono i gabbioni che non ebbero il tempo di riempire. Dall’alto delle mura piovevano granate e sacchetti di polvere.
Una bomba francese colpì le polveri e le granate accatastate al centro della mezzaluna, provocando una carneficina anche fra gli assalitori.
Miracolosamente Daun rimase illeso, unico tra gli ufficiali presenti.
All’alba La Feuillade era padrone delle controguardie, e subito spedì a Versailles la notizia della vittoria.
Ma poche ore dopo Daun le riprese di sorpresa con 100 granatieri imperiali e 300 piemontesi (Guardie, Cortanze e Saluzzo).
Gli ultimi attacchi alla Cittadella (28-31 agosto)
Il 28 agosto, marciando sulla sinistra del Po, il Duca di Orléans raggiunse Torino con 10.000 fanti e 3.000 cavalieri, rinfrancando i 27.000 di La Feuillade, demoralizzati dal fallito attacco del giorno precedente. I francesi fecero allora un ultimo tentativo di prendere la città. Alla mezzanotte del 29 agosto un manipolo di granatieri corazzati, calatosi furtivamente nel fosso della mezzaluna del Soccorso, e sopraffatta la guardia che ne custodiva l’accesso, irruppe nella galleria superiore. Due minatori di guardia fecero tuttavia in tempo a sbarrare la porta della scala, e mentre i granatieri cominciavano a sfondarla con le asce, attivarono il fornello di mina che consentiva di far saltare la scala. Il più coraggioso dei due, Pietro Micca d’Andorno, spazientito dalla lentezza del compagno, lo tirò via per un braccio dicendogli che era “più lungo di un giorno senza pane”, e di mettersi in salvo lasciando fare a lui. Per far prima, raccorciò la miccia, onde poi non riuscì a scampare all’esplosione. Lo trovarono morto a quaranta passi dalla scala che aveva disceso.
La notte del 31 una mina francese ruppe la controscarpa della mezzaluna, e dopo un lungo bombardamento, nel primo pomeriggio 30 compagnie granatieri (di cui 11 fresche giunte dalla Lombardia) seguite da 5.000 fanti e dragoni a piedi, presero lo spalto. I difensori resistettero sulle tagliate erette alle gole delle controguardie e nella lunetta della mezzaluna, e un contrattacco delle Guardie e del reggimento Max. Stahremberg ricacciò il nemico fuori del primo fosso.
La Feuillade impiegò allora la riserva, rioccupando le opere, ma Daun le fece saltare con le contromine. La vittoria fu completata dal recupero di un grosso cannone abbandonato dai francesi.
La sorpresa del Principe Eugenio (1-6 settembre)
Prima di perderla sul terreno, i francesi avevano perso la battaglia nel loro spirito e nella loro mente. Con 47.000 uomini le due Armate riunite erano ancora superiori agli avversari, e avrebbero potuto affrontarli in campo aperto.
Era questo l’intendimento del Generalissimo: ma il 1°settembre il Consiglio di guerra bocciò all’unanimità la proposta, scegliendo di attendere il nemico sotto la protezione delle linee di circonvallazione e confidando nell’imminente resa di Torino.
Il Duca rimise allora la questione a Luigi XIV. Questi concesse il permesso di togliere l’assedio a Torino, ma senza impegnarsi in battaglia campale, se non in caso di forza maggiore. Il destinatario ricevette la risposta a Pinerolo: tre giorni dopo la battaglia.
Il 2 settembre Eugenio e Vittorio Amedeo salirono sulla collina di Superga per osservare il terreno dell’imminente battaglia. A N-O della città tra Dora e Stura, scoprirono una fascia di 3 km dove i francesi non avevano scavato trincee di circonvallazione. Avevano infatti ritenuto del tutto assurdo che un’Armata proveniente da E, e inferiore di numero, osasse girare attorno alla città abbandonando le proprie linee di comunicazione ed esponendo il fianco all’attacco nemico, per poi attaccare una linea fortificata combattendo a fronte rovesciata e senza linea di ritirata, con le spalle ai monti e alla frontiera francese.
Invece fu proprio questo l’audace piano scelto da Eugenio.
Il voto pronunziato in quell’occasione da Vittorio Amedeo, di erigere una grande basilica in caso di vittoria, non era davvero eccessivo.
Infatti i francesi, se ancora avessero avuto un comando degno di questo nome, avrebbero potuto vincere attaccando in forze il fianco destro dell’Armata alleata nei due lunghi giorni che impiegò per girare a semicerchio attorno a Torino.
Il 4 settembre, mentre falliva l’ultimo attacco francese contro la Cittadella, il conte di Santena occupò Chieri con 9.000 miliziotti piemontesi, per tenere impegnati i 40 battaglioni di Albergotti schierati sulle colline ad E di Torino, e coprire la manovra dell’Armata principale. Contemporaneamente 24.000 fanti e 6.000 cavalli (52 battaglioni e 100 squadroni) mossero da Villa Stellone, varcando i due ponti sul Po costruiti presso Carignano e marciando a N-O verso Orbassano e il Sangone.
Osservando fremente la marcia del nemico, il Duca di Orléans rinnovò le sue insistenze per un attacco in forze, ma i suoi generali glie lo impedirono ancora una volta, e Marsin arrivò a contestarne formalmente l’autorità, sostenendo che non aveva il diritto di disporre delle truppe dell’Armata d’assedio.
Il 5 I’Armata alleata mosse dal Sangone e, girando ad 8 km di distanza attorno a Torino, giunse alla Dora, accampando a sera a cavallo del fiume, fra la strada Torino-Rivoli e Pianezza, di fronte alla posizione francese di Lucento.
***Visconti, con in sottordine Monasterolo e Falkenstein, attaccò anche una colonna di 400 francesi che scortava un migliaio di muli verso la Madonna di Campagna. Poi attaccò anche il castello di Pianezza, dove si era rifugiata metà colonna, e che fu preso grazie a un cunicolo segreto, che secondo la tradizione sarebbe stato indicato dalla giovane popolana Maria Bricco.
Il 6 settembre l’intera Armata alleata varcò la Dora ad Alpignano e pose il campo tra Dora e Stura, con Quartier Generale a Venaria Reale. Il settore prescelto per l’attacco era largo appena 3.5 km, a fitta copertura e intersecato da profondi fossi, e comprendeva a S il bosco di Collegno.
Lo schieramento francese
I francesi subirono passivamente l’iniziativa nemica, immobilizzati dalle loro stesse trincee. Nelle prime ore del mattino il comando del settore Dora-Stura fu assunto direttamente dal Generalissimo e da Marsin, e quello delle Ali Destra e Sinistra rispettivamente dai generali D’Estaing e Saint-Frémont.
Avevano solo 10.000 uomini (13 battaglioni e 20 squadroni, schierati su due righe. Le linee erano costituite da improvvisati trinceramenti con tracciato a denti muniti da 40 pezzi d’artiglieria. Al centro, in corrispondenza della strada per Venaria, c’era un ridotto a stella, la Cascina Arbaudi.
La Sinistra era saldamente appoggiata sul castello di Lucento, defilato dal bosco di Collegno, da dove l’artiglieria batteva d’infilata buon tratto del terreno antistante. La cavalleria era in riserva e altri 1.000 fanti e 1.200 cavalli presidiavano la controvallazione verso il Borgo del Pallone.
A S l’angusto ponte di Lucento collegava il settore Dora-Stura con il ben più esteso settore Dora-Po. La Feuillade lo teneva con 20.000 uomini (33 battaglioni e 38 squadroni), ma, timoroso di sguernirlo, ne spedì di rinforzo al Generalissimo appena. 3.000 (7 battaglioni e 20 squadroni), astenendosi da qualsiasi iniziativa. A N-E tre ponti e due guadi sul Po collegavano il settore Dora-Stura con quello orientale tenuto da Albergotti. Durante la battaglia il Duca di Orléans gli ordinò di raggiungerlo con tutti i suoi 12.000 uomini (40 battaglioni), ma anche in questo caso La Feuillade si intromise vietando al generale toscano di abbandonare le posizioni sulle colline torinesi. Nell’incertezza, e dovendo controllare anche le dimostrazioni offensive attuate dai 9.000 piemontesi di Chieri, neanche Albergotti si mosse, restando anch’egli tagliato fuori dalla battaglia, come i 12 squadroni distaccati a Chivasso.
Lo schieramento alleato
Il piano di Eugenio ricordava quello attuato nel 1697 a Zenta: un contemporaneo sfondamento e aggiramento dell’Ala nemica più debole, che a Torino era quella Destra. Il fronte ristretto (3.5 km) consentì uno schieramento in profondità, con la fanteria su due linee di fuoco e la cavalleria in riserva.
La marcia d’attacco ebbe inizio all’alba del 7 settembre, con morale altissimo. In testa marciava un gruppo speciale d’assalto (6 battaglioni granatieri, 4 squadroni ussari e tutti i 15 pezzi campali dell’Armata), seguito da 8 brigate in colonne affiancate, con i cannoncini reggimentali intervallati fra i battaglioni, e dalla cavalleria.
Giunta a tiro di cannone, I’Armata alleata si schierò con difficoltà in due ore, sotto le salve inefficaci dell’artiglieria francese. Le brigate pari sorpassarono quelle dispari formando una linea quasi continua con 29 battaglioni su tre righe, a intervalli di 20-30 passi occupati dai cannoncini. Le brigate dispari ne formarono una seconda 3-400 passi più indietro, con maggiori intervalli fra i 23 battaglioni per consentire eventuali ripiegamenti. La cavalleria formò altre due linee di 54 e 45 squadroni.
L’Ala Sinistra, comandata da Vittorio Amedeo e dal Principe di Anhalt, era schierata tra la Stura e la grande strada per Venaria, di fronte al tratto compreso tra le ridotte nemiche Arbaudi e Cometto. Le due brigate di estrema sinistra erano prussiane (Stillen in prima e Hagen in seconda linea), le altre due imperiali (Zumjungen e Bonneval). In riserva c’erano 4 brigate di cavalleria, due in terza linea (Falkenstein e Monasterolo) e due in quarta (Sinzendorf e Tomon).
L’Ala Destra era schierata a S della strada per Venaria, con le due brigate palatine (Coppe-Effern) verso la ridotta Arbaudi e due miste (Koenigsegg-Harrach) verso Lucento. La cavalleria (Kriechbaum) contava 4 brigate in terza linea (Grevendorf, Schellardt, Martini e Roccavione) e 3 in quarta (Battée, Wiser e Reising). Frattanto Daun era in osservazione al bastione della Consolata, tenendo pronte le truppe di sortita nel Borgo del Pallone. Erano 400 granatieri, 1.200 fucilieri (i resti di 12 battaglioni), 500 cavalli e 6 cannoni.

La battaglia di Torino (7 settembre)
Alle 9 i 15 pezzi imperiali, in unica batteria sopra un’altura prossima alla strada per Venaria, aprirono il fuoco contro l’Ala Destra nemica. Alle 10.30 Eugenio sospese il tiro, rivelatosi inefficace, e ordinò l’attacco dei granatieri, a passo di carica e col fucile a bracc’arm. Giunti a 10 passi dalle trincee francesi, la fucileria li costrinse a ripiegare, e fallirono anche gli altri due attacchi delle brigate di prima linea (Stillen e Zumjungen).
La seconda ondata (Hagen e Bonneval) riuscì ad infiltrarsi nelle trincee, ma fu arginata e respinta dal Duca d’Orléans. Il Principe di Anhalt guidò allora un quarto attacco, e la mischia si riaccese.
Frattanto la cavalleria trovò un passaggio lungo un ramo della Stura con acqua poco profonda. Benchè difeso dalla ridotta Cometto, il ciglione della riva destra era facilmente superabile, e Vittorio Amedeo lo forzò con il gruppo d’assalto. Metà degli ussari proseguirono verso il Po, fino al Parco Vecchio (ora Regio Parco) per sbarrare il ponte della Madonna del Pilone e impedire alle truppe di Albergotti di occupare la Vanchiglia (confluenza tra Po e Dora). Il resto del gruppo d’assalto, seguito dalla cavalleria, piombò invece sul fianco dei francesi, costringendoli a sgombrare le trincee di destra e centro e ad arretrare sulla Madonna di Campagna. Nella mischia cadde il generale Marsin (morto il giorno dopo a Losa), e lo stesso Generalissimo francese, ferito due volte sia pure non gravemente, dovette abbandonare il campo. Benchè demoralizzati, i francesi ripiegarono però in ordine su successive posizioni di resistenza appoggiate a caseggiati, fossi ed argini.
Mentre la riserva dell’Ala Sinistra alleata occupava saldamente il tratto di trincea sgombrato dai francesi, e i guastatori colmavano il fosso e spianavano il parapetto per dare il passo alla cavalleria, Vittorio Amedeo fece avanzare la prima linea verso la nuova linea francese.
Ma, per convergere sulla Madonna di Campagna, la brigata di destra (Zumjungen) obliquò eccessivamente a sinistra, rompendo il contatto con quella contigua dell’Ala Destra (Coppe), Ia quale aggravò la falla convergendo anch’essa in direzione opposta verso Lucento.
Immediatamente la cavalleria borbonica (brigate Carcado e Bonnelle) ne approfittò per caricare i fianchi offerti dalle due incaute brigate.
Eugenio salvò la situazione tappando la falla con la brigata di riserva dell’estrema destra (Harrach), giunta appena in tempo per prendere sul fianco i cavalieri nemici e assalirli alla baionetta. Accanto ad Eugenio caddero uccisi un paggio e un domestico, e il suo stesso cavallo fu abbattuto sotto di lui, ma il Principe si rialzò subito tra gli urrah! dei soldati.
Facendo perno sul tratto di circonvallazione rimasto in loro possesso all’Ala Sinistra, i francesi ripiegarono anche da Madonna di Campagna, ricostituendo tuttavia una terza linea di resistenza, ora non più convessa ma concava. E con il rinforzo di 6 battaglioni e 12 squadroni finalmente giunti d’oltre Dora riuscirono a prolungarla davanti alla controvallazione sino al Parco Vecchio.
Nel frattempo entrarono in azione le truppe di sortita della guarnigione di Torino. Alle 11 Daun ebbe ordine di passare la Dora al ridotto del Ponte per attaccare le trincee di controvallazione con la fanteria, e occupare la Vanchiglia con la cavalleria, in modo da prendere alle spalle i francesi e tagliare loro ogni via di ritirata.
A mezzogiorno Daun forzò le trincee di controvallazione, attaccando alle spalle l’esile linea francese, mentre il Duca la caricava sul fianco destro con la cavalleria. Allora i francesi si sbandarono cercando scampo verso i ponti della Vanchiglia, sciabolati dalla cavalleria di sortita in agguato al Vecchio Parco. La Sinistra ripiegò a S sul castello di Lucento, dove stabilì una testa di ponte.
La situazione permaneva critica. Sulla riva destra della Dora si vedevano concentrarsi le truppe di La Feuillade, ed Eugenio schierò tutta la riserva di Destra lungo il ciglione della riva opposta. Ma la testa di ponte era troppo angusta per consentire un contrattacco francese, e La Feuillade fu inerte spettatore della fine degli ultimi valorosi.
Consumate le ultime munizioni, il presidio di Lucento bruciò i magazzini, abbandonò fiero e indisturbato il castello, e passò la Dora distruggendo il ponte. A quel punto, benchè ancora intatte, le truppe di La Feuillade furono contagiate dal panico, e cominciarono a fuggire.
Alle 14 la battaglia era finita. Un’ora dopo Eugenio e Vittorio Amedeo entravano insieme nella città liberata, accolti dal rombo delle campane e dei cannoni, e tra la folla festante raggiunsero il Duomo per celebrare il solenne Te Deum.
Le statistiche dell’assedio e della battaglia di Torino
In 117 giorni di assedio i francesi tirarono 94.737 palle di cannone, 29.945 bombe e 27.700 granate. I difensori risposero con 73.088 palle, 60.960 pietre, 6.004 bombe e 1.500 granate, e per aumentare o riparare le difese impiegarono 1.8 milioni di fascine e 3.7 di paletti, 73.000 pali, 75.000 tavole e 61.000 sacchi di terra o di lana.
I difensori persero 3.000 morti e feriti e 2.000 disertori, riducendosi a 8.000. Le perdite francesi superarono i 14.000 uomini. La battaglia costò ai borbonici un maresciallo (Marsin), 5 generali, 202 ufficiali e 5.094 uomini, di cui 1.800 prigionieri, 55 bandiere, 164 cannoni pesanti, 40 da campagna, 50 mortai, i cavalli di 13 reggimenti dragoni, un ospedale da campo, la cancelleria dell’esercito e una immensa quantità di tende, materiale, viveri e munizioni. Gli alleati ebbero 944 morti (52 ufficiali) e 2.302 feriti (182 ufficiali).
L’occupazione del Milanese (9 settembre-6 dicembre 1706)
La sera della sconfitta il Duca d’Orléans pensò inizialmente di passare il Po a Moncalieri, per raggiungere poi la Lombardia attraverso Alessandria e difendere Milano assieme a Vaudemont e Médavy.
Ma la notizia – falsa – che Moncalieri fosse già occupata dagli imperiali lo indusse a dirigersi in direzione opposta, verso Pinerolo. Vi giunse il 9 settembre con 18.000 fanti e 4.000 cavalli (i resti di 97 battaglioni e 110 squadroni). Non avendovi trovato né magazzini né rinforzi, il 12 ripiegò a Perosa, raggiungendo il 13 Fenestrelle e il 15 Oulx, e prese quartiere tra Susa, Perosa, il Delfinato e la Savoia, limitandosi a mantenere aperta la via delle Alpi.
L’Armata alleata sostò invece una settimana, per riorganizzarsi e provvedere al rastrellamento degli sbandati e dei piccoli presidi isolati.
Intanto la cavalleria tallonava la retroguardia francese fino in Val Chisone, e con due soli battaglioni Saint-Rémy rioccupava Ivrea e Bard per tagliare l’ultima via di comunicazione tra la Francia e la Lombardia.
Appresa la sconfitta, Vaudemont abbandonò Milano, lasciando nel Castello il marchese Florida con 5 battaglioni francesi e 1 lombardo (Natta), e si trasferì a Pizzighettone per resistere sull’Adda a fronte rovesciato, coprendo Cremona e Mantova. Il 15 vi richiamò anche il corpo dell’Oglio (Médavy), che il 9 settembre aveva sbaragliato a Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano, la retroguardia imperiale del Principe d’Assia.
Calcolando giustamente che il Duca d’Orléans non fosse in grado di riprendere l’offensiva, né Parigi di inviargli rinforzi sottraendoli al fronte germanico, Eugenio decise di occupare Milano e liquidare le residue forze borboniche che minacciavano la sua base logistica nel Modenese e le comunicazioni col Trentino.
Così il 13 settembre si mise in marcia assieme a Vittorio Amedeo, rioccupando strada facendo Chivasso, Vercelli (18) e Novara (20), dove le popolazioni insorte costrinsero il nemico ad arrendersi alla prima intimazione. Varcato il Ticino, Eugenio proseguì da solo, lasciando a Trecate il cugino ufficialmente malato. Il 22 pose il campo ad Abbiategrasso, e il 24 a Corsico, dove ricevette a nome di Carlo III una delegazione del nuovo governo municipale venuta ad offrirgli i le chiavi della città.
All’alba del 26 mille fanti alemanni occuparono Milano; e alle 17 il Principe fece il suo solenne ingresso sfilando tra la folla festante sino al Duomo per la celebrazione del Te Deum e concludendo la storica giornata con una doverosa cena a Palazzo Visconti.
Il mattino seguente Eugenio mosse su Melegnano, mentre Vaudemont, lasciati 800 francesi e grigioni a Pizzighettone, ripiegò per Cremona e Bozzolo fino al Serraglio di Mantova (30 settembre). Il 1° ottobre, mentre Daun poneva il blocco al Castello e Como si arrendeva, i due cugini si ricongiunsero alla Gatta. Scesi per la destra dell’Adda e ricevuta la resa di Lodi, il 4 ottobre gli alleati giunsero di fronte a Pizzighettone. All’alba del 5, seicento granatieri presero di sorpresa una piccola opera a corona prospicente la Gera d’Adda, e il mattino del 6 il colonnello Schwerin prese dopo fiera mischia anche la testa di ponte.
Intuendo che il Duca d’Orléans stava organizzando una nuova offensiva in direzione del Quadrilatero Tortona-Alessandria-Valenza-Casale, Eugenio lasciò Pizzighettone al cugino col rinforzo dei 6.000 Assiani, e con 10 reggimenti di fanteria e 5 di cavalleria si volse nuovamente a Occidente.
Affidato l’assedio della Cittadella di Tortona al generale Isselbach con 2 reggimenti di fanti (1.600) e 2 di cavalli, il Principe completò I’investimento di Alessandria schierandosi tra la Bormida e il Tanaro.
A Pizzighettone gli assedianti giunsero in tre giorni alla strada coperta, piazzando una batteria contro le mura, e il 21 ottobre il presidio capitolò. Lo stesso giorno il generale Colmenero cedette ad Eugenio la piazza di Alessandria, e alcuni mesi dopo Carlo III lo ricompensò con la castellania di Milano.