* Principe Eugenio di Savoia-Carignano-Soissons

* Agostino Lascaris

Principe Eugenio di Savoia-Carignano-Soissons

«Ecco l’abate di Savoia! , Che cosa verra a fare qui?»
É la domanda che ricorre sulle labbra di tutti coloro che, nella Galleria degli Specchi a Versailles, attendono il passaggio del re come ogni mattina, alla vista del giovane Principe Eugenio di Savoia-Carignano-Soissons, da anni assente dalla corte con tutta la sua famiglia.
É una mattina del marzo 1683, Eugenio di Savoia, ventenne e fin dalla culla avviato alla carriera ecclesiastica, è d’aspetto piccolo, brutto, un po’ gobbo ma con occhi pieni di ardore impetuoso.
E’ l’ultimo maschio del Conte di Soissons (a sua volta cadetto del Principe di Carignano) e di una nipote del potentissimo Cardinale Mazarino, Olimpia Mancini, donna di rara bellezza (era stata in gioventù corteggiata dallo stesso Luigi XIV) e di costumi liberi anche per quei tempi.
La famiglia Soissons (un ramo dei Savoia trapiantato in Francia) era caduta in disgrazia presso il Re Sole proprio a causa di uno scandalo in cui la madre stessa di Eugenio si era trovata implicata; ciononostante l’importanza dei Savoia e il rango che godevano alla corte avevano permesso alla madre di sistemare tutti i figli convenientemente. A Eugenio, L’ultimogenito, era toccato l’abito talare, e proprio in quei giorni il re si era degnato di conferirgli una importante dignità religiosa.
Il giovane, pieno di ardori bellicosi, non aveva però la minima intenzione di fare il prelato e veniva a corte proprio per rifiutare la carica e chiedere invece il comando di un reggimento come più confacente alle sue inclinazioni. Alle insistenze del principe, l’orgoglioso sovrano, cui non piaceva essere disobbedito, oppose tuttavia un netto rifiuto. Ed ecco allora Eugenio, rosso di collera, uscire di corsa dalla reggia insieme ai suoi cugini i Principi di Conti, della casa di Borbone-Condè, giurando di vendicarsi un giorno dell’affronto subito. Eccolo partire al galoppo con i due compagni per la frontiera tedesca; proseguirà pero da solo il viaggio perché i due Principi di Conti verranno fermati da un ordine perentorio del sovrano di tornare a Parigi. Eugenio è un Savoia e non è quindi suddito francese, ne soggetto agli ordini del re;  può cosi proseguire indisturbato fino a Francoforte e poi Vienna, dove sa di poter trovare appoggi presso l’lmperatore, in difficoltà nella lotta contro i Turchi che sono ormai alle porte di  Vienna.
Raccomandato a Leopoldo I dai suoi cugini l’Elettore di Baviera e il Margravio di Baden come un valoroso giovane pieno di voglia di menare le mani, Eugenio partecipa nel Settembre 1683 alla liberazione di Vienna dai Turchi a opera del Re di Polonia, ottenendo la nomina a colonnello e il comando di un reggimento. L’anno dopo combattè valorosamente ancora contro i Turchi a Budapest e a Belgrado e, dopo una campagna non fortunata contro i Francesi, viene nominato comandante in capo degli eserciti imperiali contro i Turchi, riportando una brillante vittoria a Zenta nel Settembre 1697, che segna una battuta d’arresto alle invasioni ottomane in Europa.
Nel 1703 Eugenio è diventato ormai un grande generale, soprannominato «il flagello dei Turchi» ed è l’uomo di fiducia dell’Imperatore che lo ascolta sempre con gran considerazione.
Ed ecco presentarglisi un nuovo e gradito incarico: quello di convincere il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia, alleato da anni dei Francesi ma scontento della loro opprimente invadenza, a passare dalla parte dell’Impero, che sta ordendo una vasta trama di alleanze con Inghilterra e Olanda per distruggere la strapotenza del Re Sole.
E’ morto da poco l’ultimo re di Spagna della casa di Asburgo e sulla sua eredità (un Impero che si estende dal Perù alla Sicilia) stanno contendendo i vari pretendenti, primi fra tutti l’Imperatore e il re di Francia, che ha già accettato per suo nipote la corona spagnola.
Leopoldo I sta cercando per l’occasione alleati dovunque e non poca importanza ha ai suoi occhi la posizione del piccolo Ducato di Savoia, Stato cuscinetto tra la Francia e il Ducato Spagnolo di Milano.
Eugenio viene quindi mandato a Torino in gran fretta a negoziare il passaggio del Piemonte dalla parte degli Imperiali. Armi di convinzione in suo possesso sono una montagna di scudi offerti dalla ricca Inghilterra e parte del Milanese di cui Leopoldo I promette di investire il Duca di Savoia al termine della guerra. Allettato da queste prospettive il giovane Duca, che è anche cugino di Eugenio, non esita a far arrestare gli ambasciatori di Francia e di Spagna, nonché tutti i Francesi e gli Spagnoli residenti nei suoi Stati, sequestrandone i beni e dichiarando guerra a Luigi XIV.
Violenta e la collera del re che scrive al Duca di Vendome, comandante delle truppe francesi in Italia, una lettera di fuoco. «Considerate l’espugnazione di Torino come compito capitale che solo possa mettere termine alla guerra in Italia» sono le parole del Re, che, non contento dello stesso Vendome, gli pone a fianco il pur valoroso, ma ambizioso e troppo spregiudicato generale Duca de la Feuillade. In breve le truppe franco-spagnole mettono a ferro e fuoco il Piemonte; la Savoia è già nelle loro mani e il Duca di Vendome, per la fine del 1704, ha già potuto cingere d’assedio la fortezza di Verrua e minaccia la stessa Torino.
Vittorio Amedeo chiede ripetutamente soccorsi a Vienna perché è ridotto con una larva di esercito e non può sostenere da solo il peso dell’impari lotta. E con parole commosse che Eugenio allora caldeggia la causa del cugino. Così scrive nelle sue memorie: «Commosso per le condizioni del Duca di Savoia che aveva perduto quasi tutto e che la Corte di Vienna non aveva sostenuto, rappresentai le cose all’Imperatore: “Ebbene – mi rispose – portategli dei rinforzi e prendete il comando dell’armata d’Italia.”
Leopoldo mi promise 28.000 uomini pagati puntualmente e provveduti di tutto.»
Con essi il nuovo generale parte alla volta dell’ltalia nella primavera del 1705.
Intanto il forte di Verrua è caduto l’8 aprile e i Piemontesi sono ridotti a 3.000 fanti e a 3.000 cavalieri. Non sono però rosee nemmeno le condizioni dei franco-spagnoli, se il Vendome è costretto ad attendere due mesi per ricostituire e riposare le sue truppe.
Così si arriva all’estate.
Nel mese di giugno ecco Eugenio a Gavardo, presso il lago di Garda, da molti giorni bloccato con il suo esercito dalla presenza sull’altra sponda del Chiese di truppe franco-spagnole al comando del Gran Priore di Vendome, fratello del generale. Ma alla fine, insofferente dell’attesa, ricorre a uno stratagemma: durante la notte tra il 20 e il 21 giugno, mentre dal campo francese si possono vedere i fuochi dell’accampamento nemico e si odono a distanza i richiami delle sentinelle, il grosso dell’esercito imperiale passa furtivamente il Chiese poco lontano dal tranquillo campo francese e, senza destare l’allarme, prosegue a marce forzate verso Milano.
Solo a mezzogiorno dell’indomani il Gran Priore si avvede di essere stato giocato, ma ormai il nemico è già lontano.
Ecco però che un nuovo ostacolo si presenta sul cammino del prode Eugenio:
L’abile Duca di Vendome ha lasciato il Piemonte, ove rimane il Duca de la Feuillade con una parte dell’esercito, e si sta dirigendo con il resto delle truppe contro di lui cercando di impedirgli di soccorrere i Piemontesi. E sull’Adda, presso il ponte di Cassano, che avviene lo scontro frontale tra i due eserciti, scontro sanguinosissimo nel quale sia Eugenio sia Vendome rimangono feriti e il cui esito rimarrà incerto. I Francesi riescono a mantenere le loro posizioni, ma sono costretti a chi dare rinforzi al la Feuillade, che così deve rinunciare per il momento al progettato assedio di Torino.
« Non essere battuto da un uomo come Vendome è più glorioso che batterne un altro» è il commento del Savoia dopo la battaglia.
In Piemonte intanto la situazione sta precipitando. Il Duca di Savoia e costretto a ripiegare su Torino, dove, protetto da una delle più possenti piazzeforti d’Europa, si prepara a vender cara la pelle.
I Francesi lo sanno e il marchese di Vauban, maestro nell’arte degli assedi e formidabile stratega, consiglia il Duca de la Feuillade di cingere d’assedio Torino investendola dapprima tutta quanta, in modo da bloccare ogni via d’uscita e ogni accesso dall’esterno e poi, dopo avere stremato per mancanza di viveri la popolazione e la guarnigione, attaccare un tratto limitato e bene scelto della cinta fortificata. Il consiglio è saggio perchè la cittadella di Torino e praticamente inespugnabile, difesa come e da una doppia e tripla cinta di bastioni e da una serie di larghi fossati tutto intorno.
Ma il la Feuillade non vuol sentir ragioni: egli desidera prendere Torino guidando le sue truppe all’assalto come in una battaglia campale con un’azione che, se avrà successo, lo coprirà di gloria, ma che lascia ai nemici liberi i movimenti e le vie di vettovagliamento tra l’esterno e l’interno della cinta. «Che Vostra Maestà mi faccia tagliare la testa se non prendo la fanteria, poi, fra i battaglioni, i corpi di artiglieria e infine la cavalleria, su due linee.
Alle 6 il Duca di Orleans e avvisato che i nemici stanno attaccando, e manda subito ad avvertire i corpi separati disseminati lungo tutta la circonvallazione, che però non giungeranno in tempo. Mentre divampa la battaglia alcuni reggimenti piemontesi, al comando del Duca di Savoia, riescono ad aggirare il nemico assalendolo alle spalle e provocando il panico fra i francesi. Viene allora lanciata la cavalleria che in poche ore costringe il Duca di Orleans a ordinare la ritirata, mentre dalla città muovono contro il nemico i reparti della guarnigione al comando del generale Daun.
Durante la ritirata i francesi lasciano migliaia di prigionieri; altre centinaia annegano nella Dora.
Il giorno seguente un solenne Te Deum viene celebrato nella Cattedrale di Torino, e, commenta il Principe Eugenio: «Non credo che Luigi XIV ne farà cantare uno a Parigi» è la vendetta completa nei confronti di un sovrano che lo ha sottovalutato e ora ha trovato in lui il più pericoloso nemico della sua potenza.
Guido Peregalli

AGOSTINO LASCARIS
I Marchesi Lascaris di Ventimiglia erano una nobile e ricca famiglia dalle origini antichissime. L’appellativo Lascaris risale infatti a Teodoro Lascaris (1170 – 1222), che era genero di Alessio III Imperatore d’Oriente. Una nipote di Teodoro Lascaris sposò Guglielmo dei Conti di Ventimiglia. Da quel punto in poi (per ricordare la discendenza imperiale) i loro discendenti assunsero il cognome Lascaris, mantenendo altresì la denominazione originale di Ventimiglia.
Agostino Lascaris nasce nel 1773.
Il padre Francesco era stato Ministro di Stato.
Agostino inizia la carriera militare nel 1793. Quando, nel 1797 i Savoia riparano in Sardegna, il Marchese Lascaris è nominato Capitano di Stato Maggiore dell’armata francese. Nel 1800, dopo la battaglia di Marengo, chiede ed ottiene il congedo dall’esercito francese per potersi occupare dei suoi affari di famiglia.
Nel 1803 sposa Giuseppina Carron di San Tommaso, appartenente a ricchissima famiglia marchionale.
Nel 1804 Napoleone, che voleva crearsi una nuova nobiltà, in considerazione delle antiche origini della sua famiglia, lo nomina “Conte dell’Impero”.
Prende residenza presso il Palazzo dei Carron in Torino, in Via Alfieri 15, che da allora si chiamerà Palazzo Lascaris, attualmente Sede del Consiglio Regonale.
Dopo la restaurazione assume importanti incarichi pubblici. Diviene il primo Presidente della Camera di Agricoltura e Commercio, fondata da Carlo Alberto. Si occupa intensamente per organizzare esposizioni e promuovere ed incrementare le produzioni agrarie. Fu uomo eclettico e di scienze.
Ebbe due figli dalla moglie Giuseppina. Il primo, Cosimo, vive solo poche ore. La secondogenita, Adele, sposa nel 1826 il marchese Gustavo Benso di Cavour (fratello del più famoso Camillo) dal quale avrà tre figli ma morirà di parto nel 1834 a 25 anni.
Agostino Lascaris muore nel 1838, mentre la moglie morirà nel 1841.